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COSA STIAMO TRASMETTENDO ALLE NUOVE GENERAZIONI?

Ciao a tutti,

qualche giorno fa ho concluso un progetto molto interessante in un Istituto Comprensivo e vorrei raccontarvi un episodio particolare a cui ho assistito e fare qualche riflessione in proposito con voi.

In una classe di una scuola secondaria di primo grado ho proposto un classico gioco di sopravvivenza, di quelli che si usano in psicologia, per promuovere capacità come la cooperazione tra pari, la comunicazione efficace, il problem solving e il decision making. Ho suddiviso la classe in due gruppi di lavoro ed ho dato delle istruzioni chiare sul fatto che erano un gruppo di persone che per salvarsi in una situazione di pericolo dovevano prendere delle decisioni condivise da tutti entro un certo tempo. Date le istruzioni, ho lasciato che si confrontassero tra loro e ho osservato in disparte cosa facevano. Dopo pochi minuti alza la mano un alunno e mi chiede se può decidere di prendere ciò che gli serve e salvarsi da solo. Lì per lì non ho dato molto peso alla sua domanda perché spesso capita che qualche ragazzo lanci una provocazione più per attirare l’attenzione che non perché pensi veramente quello che dice e semplicemente mi sono limitata a rispondere che forse non aveva compreso bene la consegna. Ma subito sono intervenuti diversi suoi compagni dicendo che aveva ragione e che quella era la soluzione migliore e si aspettavano di conseguenza che io approvassi questa scelta. Non ho dato una risposta ma ho chiesto loro di immedesimarsi nella situazione di reale pericolo e di valutare se la loro scelta fosse fattibile, utile e condivisibile da tutti. Li ho anche invitati a riflettere sulle conseguenze su una simile scelta ma questo ha innescato una discussione accesa, si sono trincerati dietro le loro convinzioni e il gioco si è trasformato in un attacco a me perché non condividevo la loro scelta. Tutto questo li ha portati a non trovare una soluzione condivisa e quindi a non superare la prova ma non credo sia questo l’aspetto più rilevante.

Ascoltando e ascoltando questi ragazzi ho cominciato a pormi delle domande. È vero, era solo un gioco ma, nonostante le istruzioni fossero chiare sul fatto che erano un gruppo e dovevano salvarsi tutti insieme, nonostante la scelta di salvarsi individualmente a scapito degli altri fosse oggettivamente svantaggiosa sotto ogni punto di vista, sono rimasti fermi e irremovibili sulla loro posizione. L’Insegnante che era in classe con me e osservava anche lei l’andamento dell’attività, mi si è avvicinata e mi ha raccontato che questo tipo di situazione si crea ogni volta che propongono alla classe dei lavori di gruppo. “Si scatena l’inferno”, parole testuali, perché non vogliono essere inseriti in gruppi con compagni che non considerano alla loro altezza e non vogliono rischiare un voto inferiore alle loro aspettative a causa di qualcun altro.

Allora mi domando: “Perché questo individualismo estremo? Perché questa visione egocentrica del mondo? Perché questa competizione all’ennesima potenza anche quando non è necessaria? Perché un semplice gioco o la proposta di un lavoro di gruppo diventano motivo di scontro, di rabbia e di frustrazione? Questi ragazzi vivono ogni giorno la dimensione gruppo, a scuola, negli sport che praticano o nelle amicizie che frequentano, ma ce l’hanno il senso del gruppo, sanno davvero cosa significa collaborare, essere uniti, condividere?”

Non voglio assolutamente generalizzare, quindi mi limito all’analisi di solo questo episodio e in questo caso posso dire che il senso del gruppo non ce l’hanno ma se le cose stanno così, non è di certo colpa loro. Se le cose stanno così significa che questi ragazzi non hanno avuto reali esperienze di gruppo, sono stati abituati a pensarsi e viversi come singoli individui e basta. Sono stati abituati a salvare e proteggere sé stessi, a perseguire i loro obiettivi anche prevaricando o a discapito degli altri. Tutto questo non si impara da soli, s’impara attraverso le relazioni che vivi e in questo la responsabilità è di noi adulti.

Forse questo è un caso isolato, lo spero tanto, ma anche così non è un bene né per questi ragazzi né per la società in cui vivono. Riflettiamo bene e stiamo attenti al tipo di società stiamo creando, un mondo in cui la prima regola è “mors tua, vita mea” non è un bel posto dove vivere. Cari adulti poniamo molta attenzione ai messaggi che trasmettiamo alle nuove generazioni e a come ci relazioniamo con loro. Stiamo attenti a non voler crescere tutti “Re leoni”, tutti prescelti perché un domani che uno sia prescelto o meno dovrà imparare a confrontarsi con gli altri e questo confronto potrebbe risultare molto duro.

A presto con un nuovo articolo e mi raccomando … RESTATE CONNESSI!!!

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