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SCANDALO GINNASTE: QUANDO LO SPORT DA PASSIONE DIVENTA COSTRIZIONE.

Ciao a tutti, di recente vi sarà capitato di sentire o leggere dello scandalo nella ginnastica ritmica. Alcune atlete hanno denunciato di aver subito abusi fisici e psicologici dall’entourage della squadra. Si è detto molto sulla gravità di questi fatti, sulle responsabilità di allenatori e preparatori e su quanto questo fenomeno sia esteso nell’ambito dello sport agonistico. È un tema importante e complesso da trattare perciò in questo mio articolo vorrei soffermarmi solo su un aspetto: quando lo sport da passione diventa invece una costrizione? E che succede se ci si trova in una condizione simile a quella accaduta alle ginnaste?

Io non sono una psicologa dello sport, ho una formazione diversa, più clinica ma lavoro molto con l’età evolutiva e mi è capitato di occuparmi di adolescenti che praticavano sport a livello agonistico. Inoltre ho insegnato danza per molti anni e ho collaborato molte palestre e società sportive.

Non saprei dire quanto siano diffuse situazioni simili a quelle denunciate dalle atlete. Per la mia esperienza la maggior parte degli operatori del settore che ho conosciuto sono persone molto attente al benessere psicofisico dei loro atleti eppure nel mio piccolo mi è capitato di trattare casi simili a quelli saliti all’onore della cronaca.

Come nel caso denunciato, anche i miei giovani pazienti si sono trovati a subire vessazioni di vario genere da chi li seguiva e una eccessiva pressione rispetto alle loro prestazioni. Pur essendo ragazzi e ragazze brillanti e capaci in ogni ambito della loro vita, raccontavano di subire critiche e umiliazioni continue non solo rispetto alle loro prestazioni ma anche come persone in generale. Ciò li portava a formulare convinzioni del tipo “non valgo niente”, “sono una nullità”, “faccio schifo”, “sono un fallimento”, con grave danno alla loro autostima e altre del tipo “devo fare di più”, “devo fare meglio” con un alto senso di doverizzazione e costrizione. Tutto questo sfociava poi in disturbi mentali come disturbi d’ansia, depressione, disturbi alimentari e addirittura comportamenti autolesivi.

Parlando con questi ragazzi/e mi rendevo conto che lo sport per loro non era più un interesse, una passione, qualcosa che amavano fare ma era diventato solo un dovere e ciò che contava era solo il risultato che se non era eccellente non valeva niente. Si sentivano inoltre ormai incastrati in un sistema da cui era impossibile uscire perché come fai a dire basta, non ce la faccio più, smetto, quando hai investito tanto tempo, energie, fatica e sacrifici e sei arrivato ai vertici? Come fai a concedere a te stesso questa possibilità e come fai a dirlo a chi ti sta intorno e ha puntato tutto su di te (genitori, allenatori, squadra…)?

È un compito difficilissimo per un giovane far fronte a tutto questo, parlare liberamente delle sue difficoltà e decidere di cambiare. Infatti nella maggior parte dei casi questi ragazzi piuttosto che aprirsi e smettere, sacrificavano la loro salute fisica e mentale fino a quando non erano costretti a fermarsi. Vi ricordate alle recenti olimpiadi il caso di Simone Biles.

Visto che così difficile per questi giovani atleti raccontare le loro difficoltà e riuscire a liberarsi da questo sistema costrittivo, tocca a noi adulti occuparcene. Per prima cosa dobbiamo ricordarci sempre di preservare il benessere psicofisico dei giovani atleti, dobbiamo ricordarci che sono bambini o ragazzi che stanno crescendo e sviluppando, dobbiamo ricordarci di guardare alla persona a 360° e non solo all’atleta, dobbiamo accorgerci se ci sono segnali di malessere o cambiamenti nell’umore o nel comportamento, dobbiamo aiutarli e sostenerli se hanno delle difficoltà, dobbiamo ricordare loro il vero significato dello sport e la sua utilità che non è la competizione o i risultati, dobbiamo ricordare loro di sentirsi liberi sempre di scegliere.

Ricordo un’intervista di Yuri Chechi. Il giornalista elencava tutti i sacrifici che aveva dovuto fare quando si allenava (ore di allenamento al giorno, dieta ferrea, ore di sonno e così via) per arrivare a chiedere quanto gli fosse costato fare quei sacrifici e se non avesse dei rimpianti per aver perso altre cose come magari poter uscire la sera a mangiare una pizza con gli amici. Yuri ha risposto che per lui non sono mai stati dei sacrifici ma delle scelte consapevoli e volute. Desiderava fare ginnastica e poter arrivare alle olimpiadi e sapeva che per riuscirci servivano determinate condizioni. Così ogni giorno quando si svegliava sceglieva di farlo. Questo dovrebbe essere il modo di vedere lo sport a tutti i livelli: una scelta libera e mai un’imposizione!

A presto e restate connessi!

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